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Indagine su cyberbullismo e odio online

All’interno del progetto #OnlineFaMaleUguale (per maggiori informazioni cliccare qui), è stato creato un questionario che abbiamo diffuso tramite la nostra pagina Facebook. Lo scopo era studiare nel dettaglio il fenomeno del cyberbullismo, ponendo particolare attenzione a come vengono percepite le diverse sfumature e varianti di odio online.

Di seguito vengono presentati i risultati dell’indagine condotta tra giugno e luglio 2020. Dopo aver presentato brevemente le caratteristiche socio-demografiche delle persone che hanno risposto al questionario, vengono riportati i risultati emersi rispetto a: uso dei social network, comportamenti offensivi online, percezione dell’odio online, idee circa le soluzioni per contrastare il cyberbullismo.

Le caratteristiche socio-demografiche del campione

Hanno risposto al questionario un totale di 153 persone provenienti da tutta Italia, ma principalmente dal Nord-Ovest (50%). La maggior parte delle risposte provengono da femmine e solo il 27% da maschi. Come è possibile vedere dal grafico sottostante, la maggior parte delle persone che hanno risposto ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni. Questo dato è particolarmente importante ai fini dell’interpretazione dei risultati ottenuti: è necessario contestualizzare le risposte tra una generazione che ha dimestichezza con i social network e che ha una sensibilità più sviluppata rispetto a temi come discriminazione e bullismo.

Per conoscere meglio i rispondenti, abbiamo chiesto loro di indicare lo status occupazionale e il titolo di studio. In linea con i dati relativi all’età, la maggior parte del campione è costituito da studenti (41%), seguiti da un 31% di lavoratori. Per quanto riguarda il titolo di studio, il 41% è laureato, il 38% ha conseguito il diploma e la restante parte ha un titolo inferiore.

L’utilizzo dei social network

Una parte del questionario è stata dedicata all’utilizzo che le persone fanno dei social network. Una delle domande a cui si voleva trovare risposta era relativa a quali social network il rispondente utilizza abitualmente (accedendovi cioè almeno una volta ogni due giorni). Dall’analisi delle risposte si è potuto rilevare quali sono quelli più utilizzati e il numero di social utilizzati mediamente da ciascun individuo. A seconda dell’età del rispondente la risposta a queste domande cambia. Per quanto riguarda il social più utilizzato, per esempio, Instagram risulta essere il preferito degli under 20, Facebook quello di coloro che hanno tra i 20 e i 30 anni, mentre gli over 30 usano più spesso Telegram.

 

Passando alla quantità di social utilizzati regolarmente, vediamo una rilevante diminuzione del numero all’aumentare dell’età del rispondente.

I comportamenti offensivi sui social network

Entrando nel vivo del tema indagato, vediamo quanto sono diffusi vari tipi di comportamento classificabile come “odio online” o come vero e proprio cyberbullismo. Nello specifico, abbiamo chiesto ai partecipanti di indicarci, per ciascuna delle situazioni proposte, se gli fosse mai capitato di compiere o di subire tali azioni.

Come riportato nel grafico riportato sopra, molti rispondenti hanno ricevuto commenti a sfondo sessuale sui social network e hanno visto condividere una loro foto su queste piattaforme senza che ne avessero dato il consenso (entrambe le situazioni sono state subite dal 48% dei partecipanti). Meno diffuso, ma con percentuali comunque alte rispetto alla sua gravità (10%), sembra essere il subire minacce online.

Per quanto riguarda le azioni che i rispondenti hanno dichiarato di aver compiuto, vediamo delle percentuali notevolmente più basse in corrispondenza degli stessi comportamenti. In questo caso, risulta più diffuso l’aver escluso intenzionalmente qualcuno da chat di gruppo (26%) e l’aver messo “mi piace” a post contenenti offese nei confronti di una persona (24%).

Percezione delle manifestazioni di odio online

Come anticipato, il nucleo del questionario era incentrato sull’analisi della percezione che le persone hanno circa le varie sfumature di odio online. L’obiettivo era quello di rilevare se anche manifestazioni meno esplicite di discriminazione e odio online vengono percepite come tali.

Molto diffuso sui social è l’utilizzo dei cosiddetti meme, ovvero delle immagini accompagnate da commenti scritti (sovrapposti all’immagine stessa) create allo scopo di suscitare ilarità.

Questo strumento risulta avere talvolta un contenuto più o meno esplicitamente discriminatorio. Essendo questo però mascherato dall’ironia, non è sempre facile identificarlo come tale. Per questo motivo, all’interno del nostro questionario sono stati inseriti 5 diversi meme, creati appositamente per rappresentare 5 diversi tipi di discriminazione o stereotipo (misoginia, razzismo, discriminazione religiosa, transfobia e body shaming).

Ai partecipanti è stato chiesto di indicare quanto considerassero offensivo ciascuno dei meme presentati. Dai risultati aggregati è emersa questa classifica. Riportiamo di seguito i meme proposti nell’ordine della classifica emersa.

È importante sottolineare che mediamente i meme sono stati considerati tutti abbastanza gravi. È comunque emersa una chiara classifica dai dati aggregati che evidenzia come alcuni temi siano più sentiti di altri. Nell’ordine, il meme a contenuto misogino è stato considerato dalla maggior parte dei rispondenti il più offensivo, seguito, in ordine di offensività, da quello a contenuto discriminatorio nei confronti della religione islamica, quello relativo al body shaming, a contenuto transfobico e razziale.

Diverse sfumature di gravità possono essere percepite non solo in base allo strumento che veicola la discriminazione ma anche al soggetto che subisce l’azione. Questa è l’idea che abbiamo voluto verificare all’interno del nostro campione. Abbiamo infatti chiesto ai rispondenti di indicarci quanto considerassero offensivi 10 diversi comportamenti e, tra questi abbiamo inserito quattro volte uno stesso comportamento cambiando solamente il soggetto verso il quale era rivolto.

Condividere una foto su un gruppo whatsapp senza il consenso del soggetto (con il chiaro intento di deriderlo), è considerato più o meno grave se quest’ultimo è un compagno di classe, un collega di lavoro, un professore o il titolare/ responsabile dell’attività? 

Per i nostri rispondenti la risposta a questa domanda è affermativa.

Dai nostri risultati emerge infatti che, pur considerando gravi tutte 4 quattro queste le situazioni, ci sono delle differenze a seconda di chi viene preso di mira.

Un’offesa a figure come il titolare nel contesto lavorativo e il professore nel contesto scolastico sono percepite come meno gravi, rispetto allo stesso gesto compiuto contro un collega o un compagno di scuola. Questo dato potrebbe in parte ricollegarsi alla giovane età delle persone che hanno risposto al questionario (per la gran parte tra i 20 e 30 anni) e la conseguente maggior facilità di immedesimarsi più con queste figure o di percepirle come più deboli. 

Strumenti di contrasto

Abbiamo infine chiesto ai partecipanti quale misura ritenessero potesse essere più efficace per contrastare il cyberbullismo. Tra le risposte ottenute sono stati individuati cinque tipi di soluzione a cui possono essere ricondotte tutte le idee raccolte. 

Tecnologica: rientrano in questa fattispecie tutte le soluzioni che chiamano direttamente in causa il funzionamento dei social network e le limitazioni che dovrebbero imporre agli utentiIl 39% dei partecipanti ha fornito una soluzione ascrivibile a questa categoria.

educativa: rientrano in questo tipo di soluzione tutte le proposte riguardanti programmi di sensibilizzazione al fenomeno da avviare, per molti rispondenti, fin dai primi anni scolastici. Il 30% dei partecipanti ha fornito una soluzione ascrivibile a questa categoria.

punitiva: rientrano in questa fattispecie tutte le soluzioni che prevedono l’impiego di sanzioni più o meno severe a seconda della gravità del gesto compito. L’ 11% dei partecipanti ha fornito una soluzione ascrivibile a questa categoria.

psicologica: rientrano in questa fattispecie tutte le proposte incentrate sull’analisi più profonda delle difficoltà personali che possono esserci a monte degli atteggiamenti violenti dei cyberbulli ma anche sul incentivare il supporto psicologico per chi ne è vittima. L’8% dei partecipanti ha fornito una soluzione ascrivibile a questa categoria.

empatica: rientrano in quest’ultimo tipo di soluzione tutte le risposte incentrate sull’importanza dello sviluppo della capacità individuale di mettersi nei panni degli altri. Il 12% dei partecipanti ha fornito una soluzione ascrivibile a questa categoria.

 

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