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#OnlineFaMaleUguale, il binomio pandemia-razzismo

La paura per il diffondersi del Covid-19 ha provocato una serie di episodi in Italia e nel mondo che nulla hanno a che fare con il contagio, ma che rientrano più banalmente in episodi di razzismo. Insulti, divieti ed episodi di discriminazione sono stati rivolti già ad inizio pandemia nei confronti di chiunque avesse dei tratti orientali, quando ancora si navigava nell’ignoranza e si associava questo virus ad un popolo e paese ben preciso da cui si presume sia partito il tutto. Spiacevolmente per tutti, il virus ha poi iniziato a diffondersi anche fuori dalla regione asiatica, incontrando terreno fertile in America Latina, negli Stati Uniti ma soprattutto tra la popolazione dei diversi Paesi Europei, che hanno dovuto riorganizzare i loro sistemi sanitari e attuare severi lock-down per contenere quella che si preannunciava fosse una tragedia.

Ma la paura per il corona virus ha alimentato un po’ ovunque e con declinazioni differenti uno dei peggiori effetti collaterali di questa pandemia: il razzismo e le discriminazioni di vario genere, nei confronti dei più deboli, nei confronti delle minoranze, nei confronti degli stranieri. Negli ultimi mesi diverse sono state le affermazioni che vedevano associati stranieri, per lo più migranti a possibili minacce legate alla sicurezza sanitaria nazionale. Considerazioni di questo tipo non possono che alimentare paura e diffondere pensieri d’odio, il tutto in un momento in cui invece dobbiamo tutti essere cauti con quanto si dice e non lasciarci sopraffare dal vizio antichissimo di trovare a tutti i costi un capro espiatorio.

Per quanto riguarda proprio questa narrazione che si è creata intorno ai migranti, diversi esperti come medici ed epidemiologhi che lavorano direttamente sul campo, lì dove decine e decine di persone arrivano in cerca di un porto sicuro, hanno ribadito come la situazione sanitaria degli stranieri arrivati via mare sia sempre stata sotto controllo. “Tra chi è arrivato regolarmente e quanti sono sbarcati autonomamente la percentuale dei positivi è circa dell’1,5 per cento”, afferma Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, e per di più è assicurato che la gran parte dei migranti arrivati nelle ultime settimane in Italia via mare, anche in maniera autonoma, è sempre stato sottoposto al tampone naso-faringeo per il coronavirus ed è risultata negativa. L’epidemiologo Massimo Galliin un’intervista ha confermato che i migranti irregolari sono al momento “le persone più controllate”. Aggiungendo che invece bisognerebbe “controllare meglio i viaggiatori intercontinentali che arrivano dalle zone in cui l’epidemia ancora imperversa”. Anche l’epidemiologo Pier Luigi Lopalcoha detto che “l’ultimo problema nel controllo della pandemia di covid-19 sono i barconi di disperati che arrivano sulle coste italiane”. Ma spesso è più facile far finta di non ascoltare invece che ricredersi e informarsi su come stiano realmente le cose, soprattutto in una situazione come l’emergenza sanitaria che stiamo affrontando.

Il binomio pandemia-razzismonon si è diffuso però solo in Italia ma anche negli Stati Uniti, dove nei mesi scorsi si è verificata l’ondata di proteste più partecipata di tutta la storia del paese. Le proteste degli ultimi mesi hanno contribuito a dividere un Paese già profondamente diviso per questioni politiche, in un anno difficile per tutti ma soprattutto per gli Stati Uniti che per mesi ha detenuto il primato del maggior numero di contagi al giorno. Nel Paese più duramente colpito da questo virus, le divisioni sociali si rispecchiano anche nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, enfatizzando le differenze tra etnie ed estrazione sociale.

Secondo il magazine Vita,un’analisi del Washington Post, realizzata con i dati provenienti dai vari Stati, sottolinea come la pandemia stia uccidendo molte più persone nella popolazione afroamericana. Secondo quest’analisi, due sono i casi simbolo: a Milwaukee, la città più grande del Wisconsin, il 70 per cento dei morti è afroamericano, nonostante la comunità nera rappresenti solo il 26 per cento della popolazione;stessa percentuale per la Louisiana, con il 70 per cento dei morti che appartengono alla comunità nera, che forma il 32 per cento dei residenti. Secondo i ricercatori del “The New England Journal of Medicine, negli Stati Uniti le minoranze afroamericane e i gruppi ispanici, hanno in generale meno probabilità di avere un’assicurazione sanitaria, e di conseguenza soffrono di una riduzione dell’accesso e all’uso dell’assistenza sanitaria. Anche la comunicazione relativa alla salute pubblica, alla diagnosi precoce e al trattamento della COVID-19 tra le minoranze etniche, secondo i ricercatori, è risultata essere meno efficace, ritardando così i tempi d’intervento. Senza contare che spesso molte delle persone appartenenti a minoranze etniche, svolgono lavori essenziali nel settore sanitario e sociale, nella vendita al dettaglio, nei trasporti pubblici e in altri settori in prima linea a forte rischio di essere esposti al COVID-19; e proprio queste persone sono concentrate in aree urbane sovraffollate e in luoghi di lavoro, le cui condizioni possono rendere difficile l’allontanamento fisico e l’auto isolamento, con conseguente aumento dei rischi per la diffusione di COVID-19.

Alla base di questo tasso di mortalità “stranamente” alto vi è dunque una forte disuguaglianza sociale ed economica, che si fa sentire ora più che mai: perché se è vero che i soldi non fanno la felicità e non evitano la morte, è altrettanto vero che vivere in una condizione economica un po’ più agiata, permette di avere accesso a una migliore assicurazione sanitaria  (nel caso degli Stati Uniti) e ad avere la possibilità di arrivare a fine mese senza dover fare i conti con la fame e le bollette da pagare.

Rebecca Viniello, servizio civilista di Vol.To

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